Solo un nome? La disputa greco-macedone e le sue conseguenze politiche

di Daniela Lai

Il nazionalismo è una caratteristica peculiare della politica balcanica. Una delle sue numerose espressioni è la disputa che coinvolge la Grecia e la confinante Repubblica di Macedonia, o ex repubblica jugoslava di Macedonia, secondo la politica di riconoscimento dei vari stati. I disaccordi greco-macedoni non si limitano alla questione del nome della repubblica slava: è l’intera eredità culturale dell’antica Macedonia di Alessandro Magno e Filippo il Macedone ad essere contesa. Né Skopje, né tantomeno Atene, sono disposte a cedere quella che considerano essere una parte fondamentale della propria storia. L’ultima polemica in ordine cronologico è relativa alla nuova statua in bronzo di Alessandro che, con i suoi 24 metri di altezza, impone la sua presenza agli edifici circostanti nel centro della capitale macedone. L’intento di rappresentare il condottiero appare chiaro, nonostante il monumento, realizzato da una fonderia di Firenze, porti il nome generico di «guerriero a cavallo». Tale sensibilità da parte delle autorità macedoni non ha tuttavia evitato le proteste del governo greco, che ha interpretato l’accaduto come l’ennesimo tentativo di usurpare la storia del proprio paese[1]. La reinterpretazione della storia volta a sostenere la tesi di un legame culturale tra l’attuale e l’antica popolazione macedone è guardata con malcelata ostilità dalla Grecia, indipendentemente dal colore politico dei governi succedutisi negli ultimi anni.

Si sarebbe tentati di giudicare l’accaduto come una polemica fine a se stessa e con scarse implicazioni politiche pratiche. Tuttavia, per quanto apparentemente insignificante, la controversia suscitata dalla statua di Alessandro Magno ben rappresenta le divergenze greco-macedoni, le quali rischiano di avere profonde conseguenze sul futuro della piccola repubblica balcanica. Al fine di comprendere la portata del problema, è pertanto necessario accennare alle origini della disputa che contrappone Skopje e Atene da quasi vent’anni. La Macedonia fece parte della Federazione Jugoslava fino a quando la sua crisi, che sfociò presto in sanguinosi conflitti, vide una netta presa di posizione da parte della popolazione della repubblica a favore dell’indipendenza. Il riconoscimento internazionale della Repubblica di Macedonia fu tuttavia ostacolato dalle proteste della Grecia, la quale non accettava tale denominazione per varie ragioni. La regione geografica della Macedonia si estende infatti non solo nell’attuale repubblica slava, ma comprende anche un vasto territorio all’interno del confine greco, che include la seconda città del Paese, Salonicco.[2] Considerandosi i depositari dell’eredità storica e culturale dell’antico regno di Macedonia, i greci rifiutano l’utilizzo di tale termine da parte di una repubblica abitata da una popolazione slava. La denominazione di Macedonia, inoltre, avrebbe potuto giustificare eventuali rivendicazioni territoriali ai danni della regione settentrionale della Grecia. Alcune parti della costituzione, così come la nuova bandiera scelta da Skopje, raffigurante la stella di Vergina (simbolo storico dell’antica Macedonia), furono oggetto di violente proteste da parte greca sin dall’indipendenza del nuovo stato.[3]

Di fronte all’estendersi delle guerre jugoslave, la comunità internazionale dovette prendere posizione per evitare un ulteriore effetto spillover. La Macedonia fu dunque ammessa all’interno delle Nazioni Unite nel 1993, in seguito all’approvazione della risoluzione 817 del Consiglio di Sicurezza. Questa imponeva la denominazione provvisoria di «the former Yugoslav Republic of Macedonia», in attesa di una risoluzione della controversia con la Grecia.[4] Mentre le divergenze relative alla costituzione e ai simboli nazionali furono appianate con la firma dell’Interim Accord del 1995, la disputa sul nome prosegue ancora oggi senza che vi siano progressi degni di nota.[5] Attualmente, numerosi stati hanno riconosciuto ufficialmente la denominazione di Repubblica di Macedonia, lasciando presagire una possibile soluzione di fatto della controversia, in favore di Skopje. Altri paesi (tra cui l’Italia) continuano ad utilizzare la formula adottata e tuttora utilizzata dall’ONU e dalle maggiori organizzazioni internazionali. La soluzione della disputa non può tuttavia prescindere dal consenso di Atene: in mancanza di un accordo, la Grecia continuerà infatti ad ostacolare efficacemente il processo di integrazione macedone nelle strutture euro-atlantiche. La Macedonia fu il primo paese dei Balcani Occidentali a firmare l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione Europea, nel 2001. Nonostante ciò, la posizione greca ha finora impedito l’avvio dei negoziati di adesione, a favore del quale la Commissione UE si è espressa nell’ottobre 2009.[6] L’ingresso nella NATO è stato parimenti bloccato da Atene, a causa dello stallo negoziale in merito alla disputa sul nome. Mentre si aspetta un passo in avanti che da 1995 ad oggi non si è ancora verificato, l’ONU ha garantito che accetterà qualsiasi soluzione che emerga dal consenso delle parti coinvolte. La stabilità politica della repubblica macedone è d’altronde legata a doppio filo al processo di integrazione europea. I precari equilibri balcanici rendono quanto mai urgente la risoluzione di una controversia che rischia di bloccare lo sviluppo delle aspirazioni europee di un paese che già nel 2005 vantava lo status di candidato.

Nel corso del 2011, la Macedonia ha visto rieleggere alla guida del governo il leader del partito di centro-destra VMRO-DPMNE (Internal Macedonian Revolutionary Organisation-Democratic Party for Macedonian National Unity), Nikola Gruevski. Il partito di Gruevski concilia l’europeismo e il sostegno alle riforme richieste dall’UE con una posizione ferma nei confronti della Grecia. Le elezioni anticipate di giugno hanno rappresentato l’esito dello scontro istituzionale tra il VMRO-DPMNE e l’opposizione sulle misure adottate dal governo contro un’emittente televisiva critica dell’azione dell’esecutivo.[7] La libertà dei media rappresenta uno dei punti su cui, secondo Bruxelles, Skopje dovrà lavorare se vorrà mantenere la raccomandazione positiva della Commissione. Gli altri settori d’intervento identificati sono la riforma della pubblica amministrazione e della giustizia e la lotta alla corruzione.[8] Secondo un recente rapporto di International Crisi Group, la Macedonia si trova in una fase molto delicata, nella quale tensioni politiche ed etniche tra la maggioranza slava e la consistente minoranza albanese stanno pericolosamente emergendo. La comunità albanese è maggiormente disposta ad un compromesso con la Grecia, nel timore di perdere importanti opportunità nel processo di integrazione euro-atlantica. Il dominio del VMRO-DPMNE starebbe inoltre nuocendo alla democrazia e alla libertà di stampa.[9]

Allo stesso tempo, la congiuntura internazionale non appare favorevole alla risoluzione della disputa greco-macedone. La Grecia e l’UE fanno in questo momento i conti con una grave crisi che non lascia lo spazio politico necessaro alle mediazioni sul nome del piccolo stato ex jugoslavo. L’elezione di Papandreou, nell’autunno 2009, portava con sé un grande potenziale per quanto concerne la risoluzione delle numerose dispute che coinvolgono la Grecia nei Balcani e nell’Egeo, tra cui quella con la Macedonia. Tale potenziale non è stato sfruttato proprio a causa della crisi, la quale ha monopolizzato l’azione di governo limitandone l’impegno sul fronte estero. L’alto tasso di disoccupazione macedone e le proteste popolari in Grecia rischiano inoltre di fomentare il latente spirito nazionalista delle rispettive opinioni pubbliche. Gli stretti legami commerciali e finanziari che intercorrono tra Atene e Skopje, e il comune interesse per la piena integrazione della Macedonia in Europa evidenziano, tuttavia, l’urgente necessità di una rapida risoluzione delle questioni che ancora dividono i due paesi confinanti.


[1] Balkan Inshigt, Greece Slates Skopje’s ‘Provocative’ Alexander Statue, 15/06/2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/greece-slates-skopje-s-provocative-alexander-statue.

[2] Una piccola porzione della regione si trova inoltre in Bulgaria, nella zona confinante con la Grecia e la repubblica macedone.

[3] Floudas Demetrious A., FYROM’s dispute with Greece revisited, in: Kourvetaris et al (eds.), The New Balkans, East European Monographs/Columbia University Press, 2002

[5] Tramite l’Interim Accord, la Grecia accettava di sospendere le sanzioni commerciali contro la Macedonia in cambio dell’impegno a non utilizzare simboli appartenenti all’identità culturale greca e a modificare alcuni articoli della Costituzione e la bandiera nazionale; http://untreaty.un.org/unts/120001_144071/6/3/00004456.pdf

[6] European Commission – Enlargement, EU – the former Yugoslav Republic of Macedonia relations, http://ec.europa.eu/enlargement/candidate-countries/the_former_yugoslav_republic_of_macedonia/relation/index_en.htm

[7] Balkan Insight, Key Political Parties in Macedonia, 27/09/2010, http://www.balkaninsight.com/en/article/who-is-who-political-parties-in-macedonia e Gruevski Asked to Form Macedonian Government, 28/06/2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/macedonia-s-gruevski-asked-to-form-new-government

[8] European Commission, The former Yugoslav Republic of Macedonia 2010 Progress Report, 9 November 2010, http://ec.europa.eu/enlargement/pdf/key_documents/2010/package/mk_rapport_2010_en.pdf; si veda inoltre Balkan Insight, EU Tells Macedonia: Reform of Forget Accession, 24/07/2011, http://www.balkaninsight.com/en/article/eu-tells-macedonia-reform-or-forget-accession

[9] International Crisis Group, Macedonia: Ten Years After the Conflict, Europe Report N°212, 11 August 2011, http://www.crisisgroup.org/en/regions/europe/balkans/macedonia/212-macedonia-ten-years-after-the-conflict.aspx

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