En attendant Godot. I Saharawi (ancora) in attesa del proprio Stato

di Chiara Orsini,

L’autodeterminazione del popolo saharawi è un processo che non ha ancora raggiunto il suo compimento, la diplomazia internazionale latita di fronte ad uno Stato – che è tale solo sulla carta – il cui popolo vive separato tra territori occupati, zone liberate e campi rifugiati a Tindouf, in Algeria, mentre il referendum del 1975 è ancora di fatto un Godot che da più parti e a più riprese è stato promesso ma che ancora tarda ad arrivare. Per discutere di queste variazioni sul tema «l’importanza di chiamarsi Stato», incontriamo Malainin Lakhal, segretario generale dell’Unión de Periodistas y Escritores Saharauis (UPES) e per l’occasione portavoce della storia di un popolo che sopravvive pazientemente a pane (poco, in verità) e diritti – chiesti a gran voce e più spesso negati.

Il contenzioso sul Sahara Occidentale è aperto da decenni, eppure resta spesso e volentieri nel dimenticatoio della politica internazionale. La comunità internazionale ha prima assistito al passaggio del testimone tra la decadente potenza coloniale spagnola e l’ambizioso occupante marocchino a metà degli anni Settanta, poi ha applaudito il cessate il fuoco sancito dalle Nazioni Unite nel 1991 ed è quindi ritornata a braccia conserte mentre il popolo saharawi riorganizzava la propria esistenza ospite in terra straniera, nel deserto algerino[1]. Ad oltre trent’anni dall’inizio di un conflitto del quale, a voler essere leopardiani, scorgere una fine sembra una possibilità assai remota, senza dubbio oggi pullulano le incertezze. Che vento soffia sul quartier generale del Polisario a Tindouf? A quale «cassa di risonanza» pensano di rivolgersi le autorità politiche e, più in generale, il popolo saharawi per far sentire la propria voce?

Se un popolo vive nel bel mezzo di una battaglia per la propria libertà, come quella che agita il Sahara Occidentale da quasi quarant’anni, diventa piuttosto difficile prevedere o addirittura dichiarare di avere certezze granitiche rispetto a ciò che quel popolo deciderà di fare nell’immediato futuro. Le rivoluzioni, si sa, avvengono perché l’entusiasmo popolare intercetta la volontà concreta di imprimere un cambiamento: questo è ciò che ha vissuto il Sahara Occidentale fin dalla formazione dei primi movimenti tradizionali di resistenza armata, i quali hanno portato alla creazione, nel maggio del 1973, del Polisario (Fronte popolare per la liberazione del Saguia el Hamra e Rio de Oro). Dal 1975 al 1991, l’esercito del Polisario si è battuto perché la potenza occupante, il Marocco, acconsentisse a sedersi al tavolo delle trattative e quando l’estenuante sforzo militare pareva volgere infine a favore del Fronte, la questione saharawi (in un beffardo ubi maior minor cessat, ndr) è stata affrontata in sede ONU, dove gli equilibri diplomatici non coincidevano evidentemente con quelli militari. Ora, però, il governo saharawi è «fermo al via» in un gioco di politica internazionale, dove a dettare regole e tempi sono le grandi potenze occidentali. Le nostre autorità, parallelamente impegnate sul piano militare e diplomatico, devono infatti giostrarsi tra intrecci politici e interessi economici non solo da parte del Marocco, ma anche e soprattutto di Francia, Stati Uniti, Unione Europea e altri giganti economici che a vario titolo sono coinvolti nella questione perché impegnati ad investire nel rapace sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale. Il Polisario, tuttavia, ha ancora delle carte vincenti da giocare per destare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione saharawi e portare all’ordine del giorno dell’agenda internazionale la propria causa. Parlo della sistematica violazione dei diritti umani, dello sfruttamento illegale delle coste e dell’insostenibilità dell’accordo sulla pesca tra UE e Marocco, della paziente fiducia nella diplomazia internazionale e della credibilità politica della RASD (Repubblica araba saharawi democratica), l’unico Stato che può vantare una qualche stabilità in un Maghreb attraversato da momenti di forte incertezza politica. Se nessuno può avanzare previsioni su cosa accadrà in futuro, tutti dovrebbero però sapere che non abbiamo rinunciato alla battaglia e che storicamente i movimenti di protesta tornano alla ribalta con una certa regolarità, che l’ipotesi di una nuova intifada in Sahara Occidentale non è poi così surreale[2]. Del resto, è del novembre scorso l’ultima grande protesta sociale che ha incendiato l’accampamento di Gdeim Izik, ribattezzato «l’accampamento della dignità», nei pressi di El Aaiùn.

Lo scorso martedì 20 settembre una manifestazione tenutasi ad El Aaiùn è stata brutalmente repressa da parte della polizia marocchina. Né vino, né botti nuove: è solo l’ultima di una serie di notizie che testimoniano della violazione del diritto alla libertà di espressione e della negazione dell’autodeterminazione del popolo saharawi. Quanto lontani siamo ancora dal veder garantito il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali del vostro popolo?

In realtà, giunge notizia di un’ultima manifestazione che, domenica scorsa, ha visto la città occupata di Dakhla teatro di scontri tra giovani saharawi e marocchini, sostenuti questi ultimi dalle forze dell’ordine[3]. Nella capitale occupata di El Aaiùn numerosi gruppi organizzano manifestazioni quasi regolarmente, almeno una o due volte a settimana, così come si registrano spesso proteste a Boujdour, Smara, Tan Tan, Gulmin, Assa e nelle università marocchine durante l’intero anno accademico. Nelle carceri marocchine sono attualmente detenuti – per aver partecipato a manifestazioni pacifiche – 64 prigionieri di coscienza saharawi, 23 dei quali, tra cui eminenti attivisti per i diritti umani, restano in attesa di giudizio che sarà emesso da un Tribunale militare, in palese violazione dei loro diritti in quanto civili. Quel ciclo costante di resistenza saharawi e repressione marocchina nei territori occupati avviene nell’assordante silenzio delle Nazioni Unite, che sembrano al più un osservatore svogliato. Il Sahara Occidentale è del resto l’unica zona di conflitto al mondo in cui i meccanismi di protezione dei diritti umani sembrano proprio non ingranare. Nei territori liberati, invece, la RASD deve fare i conti con altre difficoltà: per i saharawi è infatti impossibile stabilirsi in un’area in cui la ripresa delle ostilità è ad elevato rischio e sarebbe imprudente procedere alla costruzione di nuove abitazioni, potenziale obiettivo dell’aviazione militare marocchina. Del resto, gli esempi non mancano: i saharawi tengono vivo il ricordo dell’attacco a Tifariti, nel 1991, quando aerei marocchini distrussero una scuola, un ospedale e diverse case del villaggio. Nei campi rifugiati, infine, è la costanza degli aiuti umanitari a destare perplessità: accade di fatto che il popolo saharawi sopravviva per merito di aiuti d’emergenza da ben trentasei anni e che conti quotidianamente sulla stessa fornitura alimentare che verrebbe generalmente concessa a coloro cui è sì accordato lo status di rifugiato, ma che per la natura transitoria dello stesso si suppone valga qualche settimana, al più qualche mese. D’altra parte, le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie internazionali, come UNHCR e WFP, non mostrano l’intenzione di rivedere il proprio approccio e i propri criteri d’intervento nelle operazioni d’emergenza, che risultano quantomeno opinabili. Teoricamente, l’ONU dovrebbe assumersi la responsabilità del proprio (in)operato e ammettere che l’incapacità di risolvere un «banale» caso di decolonizzazione ha costretto un’intera popolazione ad uno stato di precarietà permanente. Se è dunque vero che al popolo saharawi è riconosciuto lo status di rifugiato politico, va anche tenuto conto del come e del dove, ovvero delle difficili condizioni di vita nell’inospitale Hammada algerino. In sintesi, nei campi e nei territori liberati il governo della RASD e il Polisario sono alle prese con una situazione di anormale normalità, nella quale, non potendo disporre di mezzi e risorse autonome per preservare l’esistenza del proprio popolo, risulta fondamentale che gli ingranaggi della macchina di aiuti internazionali non si inceppino. In tema di diritti umani, la RASD ha chiesto con insistenza alle Nazioni Unite di predisporre un sistema di monitoraggio non solo nei territori occupati, ma anche nei campi rifugiati, laddove se ne intraveda la necessità. Non stupisce che ad opporsi siano ancora una volta Marocco e Francia.


In un’intervista dello scorso febbraio, Noam Chomsky ha in qualche modo attribuito la genesi della «primavera araba» alle proteste, ovvero ai loro effetti collaterali, che nel novembre 2010 hanno incendiato il Sahara Occidentale[4]. Quali ripercussioni potrebbero avere le rivolte nel Maghreb e in Medio Oriente sulla questione saharawi?

Nel mondo arabo il popolo saharawi e il popolo palestinese tuttora sperimentano un’occupazione straniera ed entrambi perseverano nella legittima rivendicazione dei propri diritti: mentre, però, la questione palestinese è aperta dal 1948, in Sahara Occidentale i primi movimenti di resistenza contro l’invasione straniera risalgono al 1884, ai tempi dell’esperienza coloniale spagnola e da allora non hanno smesso di esistere. Detto questo, la manifestazione di massa nell’accampamento di Gdeim Izik ha avuto un impatto talmente dirompente, anche perché inaspettata, da ispirare altre azioni di protesta nel mondo e negli stessi campi rifugiati saharawi. Sembrava incredibile che più di ventimila saharawi riuscissero a piantare delle tende nei pressi della città di El Aaiùn e potessero organizzare il proprio apparato amministrativo ed economico o delle misure di sicurezza. Il messaggio, però, voleva giungere forte e chiaro alle autorità marocchine: i saharawi non hanno alcun bisogno di essere amministrati da terzi, possono – e vogliono – scegliere autonomamente la propria forma di governo. D’altro canto, i saharawi sono sempre stati attenti osservatori di esperienze «sorelle» di resistenza politica e sociale: non si può negare, ad esempio, che la lotta palestinese degli anni ’80-‘90 ha esercitato un forte ascendente sul movimento studentesco saharawi nelle università marocchine. Il Polisario, ancora, ha fatto tesoro delle esperienze di lotta armata durante la guerra di liberazione algerina, la rivoluzione cubana o la resistenza pacifica dell’ANC in Sudafrica. Se è vero che la «primavera araba» esprime la volontà ineluttabile di colmare un deficit democratico, ci auguriamo che le rivolte abbiano tutte quel lieto fine, ma personalmente osservo con scetticismo la curiosità politica delle grandi potenze rispetto alle evoluzioni nel mondo arabo. Queste potenze, in fondo, vanno d’accordo con regimi facili alla seduzione occidentale, non con governi democratici che agiscano nel rispetto e nell’interesse dei propri cittadini.

 

In un articolo pubblicato agli inizi di agosto, un giornale francese, citando fonti del Consiglio nazionale di transizione (CNT) in Libia, parlava di 556 combattenti saharawi del Fronte Polisario arrestati dalle forze del CNT[5]. La smentita del presunto coinvolgimento di mercenari saharawi nella guerra civile libica al fianco del dittatore Gheddafi è arrivata qualche giorno più tardi per bocca del Presidente del CNT, Mustafa Abdeljalil. Le autorità saharawi hanno accolto con entusiasmo la dichiarazione perché esprime «il desiderio sincero di preservare gli interessi di due popoli fratelli e dei popoli nella regione»[6]. In quale perimetro politico convivono gli interessi dei paesi nordafricani e le richieste di libertà e democrazia del popolo saharawi? E qual è, invece, la posizione del Polisario rispetto all’evoluzione politica in Libia, considerando che la stessa è spesso rientrata nel novero degli «Stati amici» assieme ad Algeria, Cuba e Siria, solo per citarne alcuni?

Esprimerò qui la mia personale opinione perché, non ricoprendo alcun incarico politico nel movimento di liberazione, non ritengo di potermi ergere a portavoce del Polisario che pure riconosco come l’unico legittimo rappresentante politico del popolo saharawi. Ad ogni modo, in un recente comunicato stampa, il Polisario ha dichiarato che l’evoluzione politica in Libia costituisce un affare interno del paese e che l’auspicio resta quello di pace e stabilità per la popolazione. Personalmente, la situazione in Libia mi sembra piuttosto caotica e probabilmente resterà tale per i prossimi vent’anni. Ora che la Francia si è aggiudicata il 35% del petrolio libico, pensate davvero conti ancora tutelare il processo democratico e il rispetto dei diritti umani nel paese? Rispetto agli equilibri regionali, è necessario chiarire che la Libia ha smesso di essere considerato un paese alleato nella lotta saharawi a metà degli anni Ottanta, con la sigla di un accordo tra Gheddafi e Hassan II che dava inizio ad un matrimonio politico d’interesse di breve durata. La Libia ha inoltre sostenuto il Marocco fornendogli armi sovietiche, petrolio, risorse economiche e di fatto ha smesso di promuovere l’istanza saharawi in seno all’Unione Africana dal 1984, ottenendo in cambio dal re marocchino la consegna di uno dei principali oppositori del regime libico, Omar Lambeichi. Ma questa è tutta un’altra, ben nota, storia. Esistono invece innumerevoli esempi di black propaganda che il Marocco confeziona per screditare l’immagine internazionale del Polisario, che è invece passato agli onori della cronaca per essere uno dei pochi movimenti di liberazione nazionale che non abbia mai fatto ricorso ad azioni terroristiche, anche quando negli anni Settanta aleggiava il mito del terrorismo romantico e restava un atto di violenza in qualche modo tollerato.

 

Se il più recente tentativo diffamatorio nei confronti del Polisario è decisamente naufragato, la campagna di manipolazione delle informazioni che vede protagonisti alcuni media marocchini sembra andare a gonfie vele. Per citare un caso a noi vicino, il 29 marzo il Corriere della Sera snocciolava un’analisi della difesa militare del colonnello Gheddafi, secondo la quale cellule del Polisario erano state reclutate nei reparti della base di Sebha[7]. Può accadere, ahimè, che un lettore poco attento agli sviluppi politici internazionali non conosca i retroscena della questione saharawi e si trovi spaesato in questa giungla dell’informazione…

Temo che non esistano regole sempre valide per orientarsi in questa battaglia mediatica, eccetto continuare ad informare l’opinione pubblica perché distingua tra informazione e propaganda. I fatti accadono realmente, la propaganda è la voce dei governi su qualcosa che vogliono farci credere sia accaduta, accade o accadrà. Sarò drastico: al momento non credo nella bontà informativa di alcuna agenzia di news. Accendere la televisione è frustrante: passano le stesse notizie su tutti i canali, dalla BBC ad Al Jazeera alla CNN, ma nessuno che parli di cosa accada per esempio in Bahrein o di come vengano trattati i popoli indigeni in Australia o America Latina. È vero che non c’è modo di impedire ai media marocchini di veicolare informazioni distorte, basti pensare che in passato il Marocco era giunto a sostenere che il POLISARIO fosse un’invenzione sulla carta, una sorta di mito storico e quando questa presenza «eterea» aveva materializzato la sconfitta militare marocchina, il POLISARIO era passato dal rappresentare lo spauracchio comunista all’essere un gruppo raffazzonato di mercenari cubani e maliani. Agitare lo spettro del terrorismo di Al Qaeda, le cui fila sarebbero ingrossate da militanti saharawi, è semplicemente la trovata propagandistica più in linea con i tempi. Il ruolo dell’informazione è però cruciale, è lo strumento che ti permette di forzare il black-out mediatico sulla questione saharawi. Non trovo tuttavia corretta l’espressione «conflitto dimenticato», direi piuttosto che la resistenza silenziosa e pacifica del popolo saharawi lascia tutti composti e ai propri posti, perché non fa lo stesso rumore di un atto di ribellione violenta.

 
Pochi giorni fa un blog spagnolo proponeva un’analisi coraggiosa del parallelo storico tra Palestina e Sahara Occidentale, sostenendo che l’atteggiamento palestinese nei confronti della causa saharawi è di sostanziale rifiuto del riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione[8]. Un diritto che è peraltro sancito perentoriamente dallo stesso Consiglio di Sicurezza che si prepara invece a bocciare la richiesta di adesione di uno Stato palestinese all'Onu.
Non ho intenzione di criticare i nostri fratelli palestinesi, ma suppongo non avessero altra alternativa che chiudere un occhio di fronte alle rivendicazioni saharawi per paura della reazione araba. Del resto, la resistenza palestinese ha sempre giovato dell’appoggio, diplomatico ed economico al pari, del mondo arabo, incluso il Marocco (il re Hassan II è Presidente del Comitato al-Quds). Quel che è certo è che i saharawi, senza eccezione alcuna, sono vicini al popolo palestinese e difendono il diritto della Palestina alla libertà e alla democrazia.


[1] Per un rapido excursus della storia del popolo Saharawi, http://tindoufexpress.tumblr.com/storia.

[2] Le non-règlement du conflit est la preuve de l’échec du système international, Liberté, 25 settembre 2011, http://www.liberte-algerie.com/edit_archive.php?id=163157.

[3] Un saharaui muerto en Dajla en una protesta por los abusos de la policía marroquí, Cope, 27 settembre 2011, http://www.cope.es/mundo/27-09-11–un-saharaui-muerto-en-dajla-en-una-protesta-por-los-abusos-de-la-policia-marroqui-260430-1.

[4] The genie is out of the bottle, Al Jazeera, 21 febbraio 2011, http://english.aljazeera.net/programmes/empire/2011/02/20112211027266463.html.

[5] Libye: 556 mercenaires du Polisario aux mains du CNT, Geotribune, 24 agosto 2011, http://geotribune.com/1217-libye-556-mercenaires-du-polisario-aux-mains-du-cnt.html.

[6]Saharawi government welcomes statements of Libyan TNC’s president, 3 settembre 2011, http://www.spsrasd.info/en/content/saharawi-government-welcomes-statements-libyan-tnc%E2%80%99s-president.

[7] I tre cerchi di fuoco a difesa del colonnello, Corriere della Sera, 29 marzo 2011, http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/29/Tre_Cerchi_Fuoco_Difesa_del_co_8_110329023.shtml.

[8] Lo que es bueno para los palestinos ¿por qué es malo para los saharauis?, 22 settembre 2011, http://blogs.periodistadigital.com/enclavedeafrica.php/2011/09/22/p302234.

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