Il bandito e il campione. Stati Uniti e Italia al banco di prova della ripresa economica

Lo scorso mese si sono svolti a Washington gli Stati Generali dell’economia. Il 23 settembre, mentre nella sede dell’IMF i ministri delle finanze dei membri del G-20 discutevano sulle misure da adottare per far ripartire l’economia globale, dall’altro lato della strada ho incontrato un funzionario dell’IFC, con l’intenzione di ottenere un’opinione più consapevole sulla situazione economica statunitense e di capire quale direzione si possa prendere per uscire dalla crisi.

L’IFC (International Finance Corporation) è una divisione della World Bank che si occupa dello sviluppo del settore privato e finanziario. Da meno di dieci anni ha lanciato un progetto che assicura standard altissimi. Si chiama Doing Business e serve a vigilare su leggi e regolamenti che riguardano il settore privato, così come sulla loro applicazione. I dati raccolti provengono da 183 «economie» (non «paesi», visto che vengono analizzate anche realtà economiche come quella di Porto Rico o di Taiwan) e riguardano specificatamente l’universo delle piccole e medie imprese. L’obiettivo ultimo è quello di fornire una base oggettiva per comprendere e migliorare il clima economico per le imprese di tutto il mondo, così da ottenere conseguenze a cascata per quanto riguarda l’iniziativa privata e l’occupazione. Se si vogliono avere dati concreti sul panorama attuale, così come idee sulle misure da prendere per far diminuire la disoccupazione e ripartire l’economia, i consulenti dell’IFC sono le persone con cui dovresti parlare. E noi ne parliamo, a pranzo, al riparo dalla pioggia incessante.

L’IFC ha circa 3400 dipendenti; di questi, circa la metà si trovano stabilmente o temporaneamente a Washington. Il mio interlocutore sembra subito sicuro e deciso a farmi capire quanto sia rilevante il suo lavoro in questa specifica congiuntura economica, in particolare per gli Stati Uniti, un paese piagato da un tasso di disoccupazione ormai stabilmente sopra il 9%: «Se si facilità l’iniziativa e il commercio privato si può avere una reale crescita di posti di lavoro e, di conseguenza, abbassare il tasso di disoccupazione. Le piccole e medie imprese sono il settore, nel mondo, che dà occupazione al maggior numero di persone. È per questo che noi ci concentriamo su di loro, che sono il vero motore delle economie nazionali e dello sviluppo: le multinazionali possono vantare grandi numeri, ma sono concentrate in aree specifiche e spesso slegate dal contesto economico generale di un paese. Nel complesso, il loro impatto sul mondo del lavoro è minore. Attraverso indicatori specifici, noi fotografiamo quanto il clima economico, fiscale e giuridico di un determinato paese sia favorevole o meno all’iniziativa privata. Gli indicatori sono nove e vengono perfezionati di anno in anno. Ad oggi, all’interno di una specifica economia, noi riusciamo a misurare variabili come la facilità di aprire e chiudere un’impresa, la possibilità di accesso al credito, la tendenza al commercio con l’estero, la capacità di far rispettare i contratti, la difficoltà delle procedure che concernono i permessi di costruzione e quelli per registrare la proprietà, il grado di protezione degli investitori e il livello di tassazione. E da quest’anno verrà anche introdotto un nuovo indicatore che misurerà la semplicità (o meno) con cui si ottiene energia elettrica». I rapporti sono annuali e il processo di raccolta e analisi dei dati richiede la collaborazione tanto dei governi interessati quanto dei singoli e dei privati. La procedura, nel dettaglio, rimane abbastanza complessa e va da dicembre fino ad ottobre dell’anno successivo, il mese in cui avviene la pubblicazione dei risultati e della conseguente classifica mondiale, in cui i paesi sono collocati dal più al meno virtuoso in base al numero di riforme interne che hanno (o non hanno) effettuato nel corso dell’anno con l’obiettivo di facilitare la nascita e la crescita della piccola e media imprese.

A questo punto, gli chiedo quale impatto pratico abbiano le loro conclusioni e le loro valutazioni sull’efficienza dei governi. «Nota bene», mi dice mentre ritorna serio, «noi non facciamo raccomandazioni direttamente ai governi. La nostra analisi è “neutrale”, non richiediamo ai governi modifiche nelle loro policies, quale che siano i risultati del nostro studio. Detto questo, le conclusioni sulle varie economie sono a disposizione di tutti – economisti, ricercatori, operatori finanziari del sistema privato – e rappresentano dei dati con cui i governi, così come tutti quelli interessati a valutare il clima economico di un determinato paese, devono confrontarsi. I risultati sono chiari e individuano quali siano le difficoltà specifiche di una determinata economia e dove si potrebbe intervenire per migliorare la situazione. Se un paese sale o è stabilmente nelle prime posizioni della graduatoria è evidente come ciò indichi un’attenzione maggiore al settore di riferimento e una volontà di impegnarsi per facilitarne lo sviluppo. Di conseguenza, un paese che si dimostra affidabile rispetto a questi criteri di valutazione potrà vantare migliori credenziali a livello finanziario e internazionale, anche all’interno della Banca Mondiale».

La domanda successiva è scontata: qual è la situazione statunitense in questa particolare classifica sulla competitività? «Basta guardare la sua posizione in classifica in questi anni. La situazione è buona, molto buona, nonostante tutto. Gli Stati Uniti sono nella top-five e sono da sempre molto ricettivi su tutto ciò che riguarda l’iniziativa privata. Possiamo fare l’esempio di un indicatore specifico, Starting a Business, che valuta la facilità di aprire una nuova impresa. In quel caso si misurano i tempi, i costi e il numero di procedure necessarie per aprire un’impresa, oltre al capitale minimo necessario per far partire l’azienda, e in questo campo gli Stati Uniti sono tra i migliori tra i paesi presi in considerazione. Anche questo emerge chiaramente leggendo i dati: qui puoi aprire un’impresa in sei giorni, con un costo iniziale che è in media solo 1,4% del reddito pro-capite. I costi fissi legati alla burocrazia necessaria non superano i 400/500 dollari in tutto. In altri paesi non è così facile».

Ne prendiamo in considerazione uno a caso? L’Italia. «Già, l’Italia. Paradossalmente i giorni necessari per aprire un’impresa sono esattamente gli stessi, solo 6. I problemi dell’Italia però vengono da altre parti: i costi burocratici sono altissimi e per aprire un’impresa c’è bisogno di una quantità di denaro che in media raggiunge quasi il 20% del reddito pro-capite. Solo le spese per notai e simili si aggirano intorno ai 4000 euro, mentre il capitale iniziale richiesto per avviare l’azienda si aggira intorno al 10% del reddito medio personale. In realtà, altri indicatori spingono il paese addirittura più giù nella classifica, come quello che misura l’accesso al credito: l’Italia l’anno scorso era ottantanovesima, indice di una situazione comunque non facile per chi decide di intraprendere un’iniziativa privata. Gli Stati Uniti, tanto per sottolineare la differenza, si erano piazzati al sesto posto. E tutto questo senza nemmeno prendere in considerazione le aree dove l’Italia si comporta peggio: in materia di tassazione e, soprattutto, nella capacità di far rispettare i contratti. Valutata dal punto di vista della pressione fiscale, dal numero di pagamenti da fare e del tempo necessario per farli, l’Italia rimane indietro, a maggior ragione rispetto agli Stati Uniti, dove molte procedure sono decisamente più snelle. Se poi si guarda alla capacità di risolvere le controversie davanti ad un giudice, allora la classifica parla da sola: l’anno scorso l’Italia era la 157esima economia su 183, con un tempo di attesa per ottenere una sentenza che supera i 1200 giorni. Per gli Stati Uniti i giorni necessari sono meno di un quarto di quelli che servono in Italia: circa 300».

Ormai la conversazione va spedita: «Un altro esempio? La sicurezza e la protezione garantita agli investitori, un elemento fondamentale nella valutazione che un individuo deve fare prima di decidere dove destinare le proprie risorse. In questo i due paesi non sono nemmeno comparabili. C’è un indice, da 0 a 10, che misura il livello di protezione garantito a chi investe denaro: per gli Stati Uniti è all’8,3, per l’Italia al 5,7, e questo significa che Washington è decine e decine di posizioni davanti a Roma su queste tematiche».

Non sono molte le cose che puoi pensare dopo le quasi due ore di chiacchierata di questo genere. Anzi, forse le considerazioni che ti rimangono in mente sono fin troppo facili. I dati che mi sono stati presentati raccontano una realtà fin troppo conosciuta, specialmente di questi tempi: nonostante tutto, gli Stati Uniti stanno caparbiamente tentando di risollevare la testa, facendo affidamento sulle cose che sanno fare meglio, come incentivare l’iniziativa privata e il mercato in generale. La crisi c’è, e la disoccupazione anche, ma si tende a non perdere la testa e a concentrarsi su cose importanti. In Italia, d’altro canto, non si vede affatto quella presa di coscienza che la situazione imporrebbe, né la voglia di affrontare questioni fondamentali per la ripresa e per la crescita. Mancano politiche serie e mirate che rilancino gli investimenti, facilitino l’iniziativa privata e l’accesso dei giovani al mondo del lavoro.

A Washington può piovere, come oggi, ma si sa che prima o poi smetterà. L’Italia invece sta andando sott’acqua e si riesce a mala pena a galleggiare.

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