Il Gigante Buono. L’ascesa cinese e la ricerca della coesistenza pacifica

di Matteo Dian,

La sezione asiatica di questo numero speciale di WiP ospita un’intervista alla dottoressa Li Fan, Vice Direttrice del Dipartimento di Pianificazione Politica del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese. Li Fan ha lavorato in precedenza come Secondo Segretario del Dipartimento di Ricerche e Pianificazione dello stesso ministero presso l’ufficio di Hong Kong. È un esperta di politica estera statunitense e di relazioni tra Cina e Stati Uniti. Ha svolto inoltre numerosi incarichi all’estero, in particolare negli Stati Uniti e in Australia. Nel 2010 è stata pubblicata la sua prima monografia, U.S.-Australia Alliance Relationship after the Cold War, edita da China Social Sciences Press.

Li Fan è stata allieva di Wang Jisi, già Direttore della Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Pechino e visiting professor a Princeton, probabilmente il più influente tra gli studiosi cinesi contemporanei di relazioni internazionali[1]. Abbiamo discusso con lei la rilevanza del dibattito accademico e politico relativo all’ascesa cinese e la differenza di percezione tra Cina e Occidente a proposito del ruolo della Repubblica Popolare nel futuro sistema internazionale.

Dr. Li Fan, quale sarà, a suo giudizio, l’impatto dell’ascesa cinese sul sistema internazionale contemporaneo?

In Occidente, sia negli Stati Uniti sia in Europea, policy makers e accademici tendono ad esagerare la portata dell’ascesa cinese sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista militare. Gli Stati Uniti rimangono l’unica superpotenza del sistema internazionale contemporaneo e saranno l’ultima superpotenza. La Repubblica Popolare Cinese è una delle gradi potenze del sistema. Ma non aspira ad essere e non sarà nel prossimo futuro una superpotenza. I nostri interessi e la nostra influenza rimangono regionali. Anche in Europa esiste una grande differenza tra la percezione della Cina e della sua ascesa e la realtà cinese.

Molti studiosi di Relazioni Internazionali, in particolare di matrice realista, prevedono una crescente conflittualità causata dall’ascesa cinese[2]. La Cina, secondo la prospettiva realista, anche non volendo, diventerebbe «l’elefante nella stanza», troppo grande per non causare instabilità e modificare gli equilibri internazionali.

Gran parte degli studiosi realisti in Occidente crede che la Cina userà il suo crescente peso economico per rimodellare le istituzioni internazionali ed espandere la sua influenza[3]. A questo, secondo loro, seguirebbe una spirale di sfiducia e conflitto. In realtà, la Cina non vuole sfidare o modificare a suo vantaggio il sistema internazionale contemporaneo. La Cina non è una potenza revisionista. L’ascesa cinese avviene sempre di più all’interno dell’ordine internazionale preesistente, nel quale gli Stati Uniti mantengono una posizione sovra-ordinata rispetto alle altre grandi potenze.

La sua posizione sembra molto più vicina alla visione liberale che ad una visione realista delle relazioni internazionali. La Cina sarà quindi uno responsible stakeholder del futuro sistema internazionale[4]?

I realisti credono che allo sviluppo economico di una grande potenza come la Cina debba necessariamente seguire una maggiore conflittualità regionale o globale. In questo modo valutano in modo sbagliato sia i nostri obiettivi di fondo, lo sviluppo pacifico e la realizzazione del socialismo con caratteristiche cinesi, sia il comportamento cinese. Dall’apertura in poi, la Cina è diventata un attore internazionale che agisce all’interno delle regole e delle istituzioni che danno forma al sistema internazionale contemporaneo. Recentemente ho letto l’ultimo libro di John Ikenberry, The Liberal Leviathan[5]. Sono d’accordo con Ikenberry. L’ordine internazionale contemporaneo è difficile da rovesciare o modificare in profondità. È più semplice e più conveniente, per una potenza in ascesa, entrare a far parte dell’ordine internazionale e operare all’interno delle sue regole anziché restarne al di fuori. L’integrazione all’interno dell’ordine internazionale e delle istituzioni multilaterali è una dei fattori che rendono possibile l’ascesa pacifica della Cina.

La visione liberale proposta da Ikenberry individua chiare indicazioni di policy per i governi occidentali[6].

Certo una visione del genere dà un’indicazione chiara ai governi occidentali. L’ordine internazionale è solido se tutte le potenze principali lavorano per consolidarlo. Un consolidamento dell’ordine da parte delle nazioni occidentali non può che includere un accomodamento dell’ascesa cinese. Spesso gli Occidentali tendono ad attribuire i loro problemi alla Cina e alla sua ascesa. Questo potrebbe essere un fattore di deterioramento nei rapporti tra Cina ed Occidente. Non si deve esagerare l’impatto dell’ascesa cinese su problemi interni all’Occidente e che non riguardano in modo diretto la Cina.

Anche se è una potenza regionale e non una superpotenza, la Cina è ormai un attore rilevante in tutti le principali questioni che riguardano la governance politica ed economica globale.

Le sfide contemporanee sono quasi tutte di natura globale e non sono risolvibili solo da uno stato o da un gruppo ristretto di stati, escludendo parte degli attori fondamentali del sistema. Le grandi potenze devono cooperare per creare un ambiente favorevole all’ascesa cinese, che faciliti l’integrazione della Repubblica Popolare nei meccanismi di governance economica e finanziaria.

Quali saranno i principi ispiratori della politica estera cinese nel prossimo futuro?

Il primo obiettivo della politica estera cinese per il futuro rimane quello di creare un ambiente favorevole per la nostra agenda politica interna. Per questo nel futuro la politica estera cinese rimarrà ispirata ai Cinque Principi di Coesistenza Pacifica[7]. La nostra politica rimane quella di evitare un eccessivo coinvolgimento e impegni in aree lontane dal nostro territorio e dalla nostra zona di influenza. Il concetto di «basso profilo» (韬光养晦, taoguang yanghui) rimane centrale nella nostra politica estera[8]. Come ha scritto correttamente Henry Kissinger nel suo ultimo libro, l’approccio cinese è più simile al gioco del wei qi (圍棋) che al vostro gioco degli scacchi[9]. Il giocatore di scacchi cerca il confronto e la vittoria, i giocatori di wei qi cercano di rafforzare la loro posizione relativa rispetto agli avversari ed evitare l’accerchiamento[10].

La dimensione interna dell’ascesa cinese ovvero la priorità attribuita alla modernizzazione del paese e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, è probabilmente l’aspetto meno analizzato e tenuto in considerazione da noi che guardiamo da di fuori e con occhi occidentali lo sviluppo cinese.

Questo punto è quello più frainteso in Occidente. Lo sviluppo attuale non è diretto all’esterno o all’espansione della sfera di influenza cinese. L’obiettivo principale è quello del miglioramento delle condizioni economiche della popolazione. Dall’apertura, il nostro sviluppo è stato notevole. Tuttavia, gran parte della popolazione non ha ancora partecipato appieno a questo sviluppo. Per questo la prima priorità della politica estera deve essere quella di mantenere e rafforzare le condizioni necessarie alla prosecuzione dello sviluppo interno. Lo Stato cinese sta guidando fuori dalla povertà decine di milioni di cittadini. È un impresa che, per dimensioni, non ha precedenti nella storia. Questa impresa ha bisogno di stabilità interna ed esterna.


[1] http://www.foreignaffairs.com/articles/67470/wang-jisi/chinas-search-for-a-grand-strategy. Nel suo articolo recente su Foreign Affairs, Wang Jisi delinea i principi ispiratori della grand strategy cinese mettendo in luce come la stabilità interna ed esterna sia il primo obiettivo della Cina contemporanea.

[2] Alcuni esempi sono John Mearsheimer, China Unpeaceful Rise, «Current History», Apr 2006, pp. 105, 690; http://mearsheimer.uchicago.edu/pdfs/A0051.pdf; Aaron L. Friedberg, The Future of U.S.-China Relations. Is Conflict Inevitable?, «International Security», Vol. 30, No. 2 (Fall 2005), pp. 7–45 e Id., A Contest For Supremacy China, America, and the Struggle for Mastery in Asia, New York, W.W. Norton and Company, 2011.

[3] Un’analisi interessante del contributo cinese nell’evoluzione della sovrastruttura istituzionale e normativa del sistema contemporaneo è quella di Rosemary Foot e Andrew Walter, China, The United States and the Global Order. Cambridge, Cambridge University Press, 2011.

http://www.amazon.co.uk/China-United-States-Global-Order/dp/0521725194#reader_0521725194.

[4] La definizione di responsible stakeholder è stata coniata dal Presidente della World Bank Robert Zoellik nel 2005. http://www.nbr.org/publications/analysis/pdf/Preview/vol16no4_preview.pdf.

[5] G. John Ikenberry, The Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order, Princeton, Princeton University Press, 2011 http://press.princeton.edu/titles/9410.html.

[6] Sulla natura prescrittiva della teoria liberale in Relazioni Internazionali, con particolare riferimento al libro Liberal Leviathan, vedi Stephen Walt, «What I told my APSA panel», http://walt.foreignpolicy.com/posts/2011/09/02/what_i_told_my_apsa_panel.

[7] I cinque principi di coesistenza pacifica sono: 1) rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale; 2) non aggressione; 3) non interferenza negli affari interni; 4) uguaglianza tra stati e realizzazione degli interessi comuni; 5) coesistenza pacifica. I Cinque Principi sono i pilastri portanti della politica estera cinese. La Cina rispetta e richiede agli altri stati il rispetto di questi principi. L’adesione a questi principi è stata annunciata per la prima volta da Zhou En Lai durante una visita in Myanmar e inseriti poi nella dichiarazione finale della conferenza dei paesi non allineati di Bandung nel 1955. La validità dei Cinque Principi è stata ribadita formalmente dal Premier Wen Jiabao nel 2004, in commemorazione del cinquantesimo anniversario della prima dichiarazione e dal Presidente Hu Jintao nel suo discorso di Capodanno del 2011, vedi http://www.fmprc.gov.cn/eng/topics/seminaronfiveprinciples/t140777.htm e http://europe.chinadaily.com.cn/china/2011-01/01/content_11786336.htm

[8] 韬光养晦, taoguang yanghui, tradotto con basso profilo, letteralmente significa «prendi tempo e ricostruisci le tue risorse» e si riferisce alla scelta cinese di evitare eccessivi coinvolgimenti fuori dalla propria sfera di influenza e non riguardanti i propri interessi fondamentali. Questa espressione deriva dalla tradizione taoista cinese e dalla teorizzione di Sun Tzu. La traduzione di questa espressione in un approccio alla politica estera risale a Deng Xiaoping . Secondo Deng infatti questo approccio doveva diventare una caratteristica permanente della politica estera cinese. Il principio del taoguang yanghui prevede la neutralità in questioni che non riguardano gli interessi cinesi; non rappresentare particolari gruppi di interesse o di opinione; non invadere la sfera di influenza altrui; evitare antagonismi e opposizioni; essere umili ma mai umiliati; concentrarsi sullo sviluppo economico; cercare relazioni amichevoli con tutti i paesi del mondo, indipendentemente dall’ideologia.

[9] Henry Kissinger, On China. New York, Penguin Press, 2011

[10] Il gioco del wei qi, (letteralmente «accerchiare le pedine»), simile al go giapponese, è un gioco tradizionale e molto diffuso in Cina. Il gioco consiste nell’occupare la maggior parte possibile del campo da gioco rafforzando la posizione relativa di ogni giocatore. Non esiste qualcosa di simile allo scacco matto, ovvero la vittoria totale e definitiva sull’avversario. Una partita tra due giocatori abili di wei qi si conclude con una vittoria di stretta misura sull’avversario, quando un avversario riesce ad accerchiare l’atro. http://it.wikipedia.org/wiki/Go_(gioco). La metafora del wei qi ha un significato ben preciso per quanto riguarda la politica estera. In primo luogo la Cina non cerca il confronto con le altre potenze. Soprattutto però il primo obiettivo della politica estera cinese, come nel wei qi, è quello di evitare l’accerchiamento da parte degli avversari. In altri termini, Pechino deve evitare qualsiasi forma di containment o di riprodurre scenari simili a quello degli anni ‘60 in cui era circondata da potenze ostili, Unione Sovietica e Stati Uniti.

Questa voce è stata pubblicata in Asia e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...