@vanti popolo!

di Alessandro Accorsi e Giovanni Piazzese

Quando si parla di rivoluzioni l’immaginario collettivo di ognuno di noi riporta in superficie quasi istintivamente delle figure, dei modi e dei tempi che si ricollegano a tale concetto. A seconda degli interessi verso cui più si tende, si parlerà della rivoluzione nelle arti figurative preconizzata da Giotto, di quella dei canoni letterari che soppiantò il latino per far posto al volgare o delle rivoluzionarie strategie belliche favorite dall’uso delle armi da fuoco. Nondimeno, non si potrà fare a meno di pensare a figure storiche che incarnano uno spirito rivoluzionario, di rottura con il passato. Galilei e la rivoluzione scientifica, Napoleone e le sue «innovazioni» nei campi di battaglia, Lenin e la rivoluzione russa sono solo alcune delle tante personalità storiche che hanno contribuito a delineare e ad arricchire il concetto di rivoluzione definendo anche i modi e i tempi di un processo rivoluzionario, qualunque esso sia.
Nel corso dell’ultimo anno e mezzo si è registrato un utilizzo pressoché quotidiano del concetto di rivoluzione. Associato spesso al ruolo dei social network, nei quali si è cercata la differenza sostanziale rispetto a fenomeni simili del passato. «Rivoluzione di Wikipedia», «Twitterfactor», «Rivoluzione 2.0», «netizens», «citizen journalism», «net-attivisti», «mediattivismo». Queste sono alcune delle etichette emerse dalla nebbia delle rivolte ed entrate nel linguaggio accademico e giornalistico.
L’aspetto rilevante e peculiare di questi eventi sta proprio nella compresenza di elementi reali e virtuali, di piazze affollate e agorà digitali, di persone in carne ed ossa e nickname del web. Dal suicidio del commerciante tunisino Mohammed Bouazizi, si è giunti a trasformare dialetticamente dei moti di protesta in rivoluzioni di massa. Le distanze tra le piazze virtuali del «villaggio globale» si sono accorciate e sono emerse narrazioni nuove, più dirette e veicolate dal basso.
Zuccotti Park e i vari #occupy, gli «Indignados», l’Estate Israeliana: sono tutti fenomeni che direttamente o indirettamente traggono ispirazione dalle rivoluzioni accorse nel quadrante mediorientale.
Alternativamente, ne hanno sfruttato la carica e la forza dirompente per promuovere le proprie istanze
nei rispettivi paesi d’origine, riscoprendo e rinnovando l’importanza della piazza come centro d’aggregazione sociale. Ogni movimento di protesta – a prescindere dagli obiettivi prefissati – ha avuto come minimo comune denominatore l’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione.
In un’epoca contraddistinta da continui cambiamenti nella gestione e diffusione delle informazioni, il «CNN effect» e Al-Jazeera hanno mostrato l’impatto dei media sulla politica internazionale.
I social network invertono, in parte, il ruolo del fruitore dei messaggi mediatici. Non più solo spettatore passivo, quanto protagonista che contribuisce attivamente alla creazione, intermediazione e diffusione delle informazioni stesse.
Chi è coinvolto negli eventi della piazza racconta direttamente ciò che vede e che fa «postando» tweet, foto, video e commenti. Chi è a casa, invece, può mettersi in contatto diretto con quegli stessi movimenti, senza il tradizionale filtro del giornalismo professionale e dei network televisivi. Ad esempio l’uso massiccio delle foto e dello streaming video, sono solo alcune delle tecniche di resistenza non-violenta mutuate dai comitati di resistenza popolare in Palestina e dall’«Onda Verde» in Iran, raffinate al Cairo e riproposte su larga scala tanto in Siria quanto in Bahrain o a New York.
Così, quest’attività di networking si riproduce a livello nazionale e l’organizzazione tradizionale dei movimenti sembra essere sostituita da una politica a «struttura reticolare» e altamente informale. Tanto è stato scritto su come i social network rompano le barriere di «individualità». In una situazione di libertà limitata offrono un’agorà, uno spazio di discussione, protetto dall’anonimato in cui è più facile riscoprirsi collettività e non individui soli e intimoriti.
Non solo. Social network e social media permettono un’organizzazione e una diffusione del moto – rivoluzionario o di indignazione – più immediato ed «economico.

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